L’Italia è in netto
ritardo, rispetto agli altri Paesi,
nell’attuazione delle direttive ambientali
imposte dall’Unione Europea. Non si tratta di
casi isolati, ma le pagine di cronaca di questi
giorni stanno facendo emergere il comportamento
poco attento delle Istituzioni. Facile è
partecipare a conferenze sulla biodiversità,
promettere fondi e lanciare proclami, altra cosa
è essere veramente interessati alle sorti del
nostro territorio, alla salute dei cittadini e
impegnarsi affinché le leggi vengano attuate e
rispettate.
Da dove cominciare? Forse
dalla richiesta di deroga alla legge europea che
impone il limite del livello dei metalli pesanti
(come arsenico, boro e fluoro) a 10 Microgrammi
per litro nelle acque destinate al consumo.
L’Italia è fuori, e di tanto, da questi
parametri. Sono ben 128 i Comuni che presentano
livelli decisamente più alti, fino a toccare
concentrazioni di cinque volte superiori al
limite consentito in alcuni comuni del Lazio,
che oltretutto è la regione con il maggior
numero di centri fuori norma. Lo stop ufficiale
era arrivato il 28 ottobre e la Commissione sta
valutando se bloccare l’erogazione di acqua
potabile a 1 milione di persone nelle zone dove
si presenti un rischio eccessivo, specie per i
bambini al di sotto dei 3 anni.
Ma di deroghe si parla
anche in chiave di inquinamento ambientale.
Infatti quella che doveva essere la data dello
stop definitivo alla produzione e distribuzione
dei sacchetti di plastica non biodegradabili,
fissata per il 1° gennaio 2011, potrebbe
slittare ancora un po’. La legge che bandiva i
sacchetti era passata nel 2007, ma per dare
tempo ai commercianti e produttori di mettersi
in regola era stato deciso di attendere qualche
anno. Finalmente sembra tutto pronto per un
nuovo inizio, ma la Unionplast (federazione che
riunisce i produttori di materiali plastici) ha
chiesto di concedere una deroga che potrebbe
essere accolta visto che ancora non ci sono i
decreti attuativi per questa norma.
Non dimentichiamoci poi che
l’Ue ha deferito l’Italia per i continui
sforamenti dei limiti comunitari imposti alle
Pm10, le polveri sottili. La legislazione Ue
prevedeva che entro il 2005 tutti gli Stati
membri avrebbero dovuto adeguare il limite di
esposizione dei cittadini alle micro particelle
Pm10, ma Italia, Cipro, Spagna e Portogallo,
hanno sforato il tetto dei 50 microgrammi al
metro cubo quotidiani ben oltre il tetto dei 35
giorni all’anno imposti dalla normativa. La
strigliata è arrivata dal commissario europeo
all’Ambiente Janez Potocnik «Non è stato
affrontato in modo efficace il problema delle
emissioni eccessive. In Italia sono ancora
troppi i luoghi dove, per ogni 10mila abitanti,
più di 15 persone muoiono prematuramente solo a
causa delle particelle sottili».
Pensate di averne sentite
abbastanza? Dovrei forse parlare di quello che è
successo a Napoli dove si è sfiorata l’emergenza
sanitaria a causa di tonnellate e tonnellate di
immondizia abbandonata per la strada senza una
discarica dove stoccarle? Dovrei forse parlare
della procedura di infrazione aperta sulle acque
reflue per cui l’Italia è accusata di non aver
preso le misure adeguate per proteggere il
bacino del fiume Olona in Lombardia e non aver
trattato le acque reflue della zona come nel
2006 la Corte Europea aveva disposto? E potremmo
continuare ancora…
L’Italia insomma, non
sembra all’altezza di un programma ambientale
Europeo e continua a porsi come un Paese nel
quale tutto viene annunciato da grandi discorsi
e nulla viene mai realizzato concretamente con
la dovuta solerzia e attenzione dalle
Istituzioni come dagli stessi cittadini.