Il Po in Polesine nel 1951, l'Arno a Firenze nel 1966, la Valtellina nel
1987, il Po nel 1994, Crotone nel 1996, Sarno
nel 1998, Soverato nel 2000 e ancora il Po
nell’ottobre 2000, il Tevere nel 2008, Messina
nel 2009 e le ultime emergenze di Genova, Massa,
Atrani e del Veneto sono tra le alluvioni più
note e tristi del nostro Paese. Il
dissesto idrogeologico rappresenta un serio
problema per l’Italia visti i gravissimi danni
economici, territoriali ma soprattutto in
termini di vite umane che questi eventi
provocano.
In realtà frane, esondazioni e dissesti di carattere torrentizio,
esondazioni e sprofondamenti nelle zone
collinari e di pianura sono fenomeni naturali
inevitabili che hanno contribuito nel corso di
centinaia di migliaia di anni alla definizione
della morfologia dello Stivale e che ancora oggi
continuano a modellarlo. La frequenza con la
quale questi eventi si verificano sta aumentando
così come la portata della devastazione che ne
consegue.
Le cause devono essere ricercate sia nei cambiamenti climatici, che certo
non aiutano ma non sono neanche i principali
imputati, che nel l’azione spesso aggressiva
dell’uomo. L’approccio esclusivamente
utilitaristico, ha modificato in pochi anni il
territorio quanto e forse più di quanto ha fatto
la natura in migliaia di anni. Il progressivo
abbandono delle zone di montagna, il
disboscamento massiccio ed incontrollato,
l’abusivismo edilizio, l’uso di tecniche
agricole non rispettose dell’ambiente,
l’apertura di cave di prestito, l’occupazione di
zone di pertinenza fluviale, il prelievo abusivo
di sabbie dai fiumi, la mancata manutenzione dei
versanti e dei corsi d’acqua, sono alcune delle
cause dell’aggravato dissesto del territorio.
Il dibattito sul rischio idrogeologico è un’annosa questione italiana, negli
ultimi 20 anni il numero dei comuni con rischio
idrogeologico classificato da elevato a molto
elevato è aumentato sino a raggiungere circa il
70% del totale (circa 6000).
In occasione di ogni evento tragico, si riaccende il dibattito sulla messa
in sicurezza dei territori più a rischio. Poi,
quando torna il sereno, e la fase della prima
emergenza è passata il problema viene rimosso
dalla coscienza, accantonato lì fino alla
tragedia successiva, al morto successivo; solo
allora ricomincia il circo mediatico dove la
polemica ed il rimbalzare delle responsabilità e
delle competenze tra Stato, Regioni, Province e
Comuni ed altri enti locali non porta mai a una
soluzione.
Eppure secondo le stime dell’Associazione Nazionale Bonifiche per
risistemare pendii, torrenti, rogge, e canali di
tutta Italia, sarebbero necessari solo quattro
miliardi e duecento milioni di Euro. Una cifra
importante ma non impossibile per un Paese come
il nostro. Di altra portata è la stima del
Ministero dell’Ambiente che per una bonifica
generale considera una spesa di dieci volte
maggiore (40 miliardi). Per quest’anno lo
stanziamento del Ministero è di solo un
miliardo, troppo poco rispetto alle sue stime,
un quarto del fabbisogno se rapportato alle
stime dell’Associazione Nazionale Bonifiche.
Se ciascuno di noi continuerà ad ignorare il problema, a violare le norme
ed i regolamenti redatti per proteggere il
nostro territorio (e non per limitare
l’autonomia e la libertà di ciascuno), a pensare
che la responsabilità sia sempre di altri e mai
la propria, a pensare che l’azione del singolo
sia troppo “piccola” per essere realmente
incisiva, alla prossima inevitabile tragedia non
potremo che continuare a piangere le vittime
delle nostre stesse azioni. Non va bene!