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Italia Fragile
La minaccia del dissesto idrogeologico
 

Simona Garenna
11/11/2010
 

 

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Il Po in Polesine nel 1951, l'Arno a Firenze nel 1966, la Valtellina nel 1987, il Po nel 1994, Crotone nel 1996, Sarno nel 1998, Soverato nel 2000 e ancora il Po nell’ottobre 2000, il Tevere nel 2008, Messina nel 2009 e le ultime emergenze di Genova, Massa, Atrani e del Veneto sono tra le alluvioni più note e tristi del nostro Paese. Il dissesto idrogeologico rappresenta un serio problema per l’Italia visti i gravissimi danni economici, territoriali ma soprattutto in termini di vite umane che questi eventi provocano.

In realtà frane, esondazioni e dissesti di carattere torrentizio, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura sono fenomeni naturali inevitabili che hanno contribuito nel corso di centinaia di migliaia di anni alla definizione della morfologia dello Stivale e che ancora oggi continuano a modellarlo. La frequenza con la quale questi eventi si verificano sta aumentando così come la portata della devastazione che ne consegue.

Le cause devono essere ricercate sia nei cambiamenti climatici, che certo non aiutano ma non sono neanche i principali imputati, che nel l’azione spesso aggressiva dell’uomo. L’approccio esclusivamente utilitaristico, ha modificato in pochi anni il territorio quanto e forse più di quanto ha fatto la natura in migliaia di anni. Il progressivo abbandono delle zone di montagna, il disboscamento massiccio ed incontrollato, l’abusivismo edilizio, l’uso di tecniche agricole non rispettose dell’ambiente, l’apertura di cave di prestito, l’occupazione di zone di pertinenza fluviale, il prelievo abusivo di sabbie dai fiumi, la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua, sono alcune delle cause dell’aggravato dissesto del territorio.

Il dibattito sul rischio idrogeologico è un’annosa questione italiana, negli ultimi 20 anni il numero dei comuni con rischio idrogeologico classificato da elevato a molto elevato è aumentato sino a raggiungere circa il 70% del totale (circa 6000).

In occasione di ogni evento tragico, si riaccende il dibattito sulla messa in sicurezza dei territori più a rischio. Poi, quando torna il sereno, e la fase della prima emergenza è passata il problema viene rimosso dalla coscienza, accantonato lì fino alla tragedia successiva, al morto successivo; solo allora ricomincia il circo mediatico dove la polemica ed il rimbalzare delle responsabilità e delle competenze tra Stato, Regioni, Province e Comuni ed altri enti locali non porta mai a una soluzione.

Eppure secondo le stime dell’Associazione Nazionale Bonifiche per risistemare pendii, torrenti, rogge, e canali di tutta Italia, sarebbero necessari solo quattro miliardi e duecento milioni di Euro. Una cifra importante ma non impossibile per un Paese come il nostro. Di altra portata è la stima del Ministero dell’Ambiente che per una bonifica generale considera una spesa di dieci volte maggiore (40 miliardi). Per quest’anno lo stanziamento del Ministero è di solo un miliardo, troppo poco rispetto alle sue stime, un quarto del fabbisogno se rapportato alle stime dell’Associazione Nazionale Bonifiche.

Se ciascuno di noi continuerà ad ignorare il problema, a violare le norme ed i regolamenti redatti per proteggere il nostro territorio (e non per limitare l’autonomia e la libertà di ciascuno), a pensare che la responsabilità sia sempre di altri e mai la propria, a pensare che l’azione del singolo sia troppo “piccola” per essere realmente incisiva, alla prossima inevitabile tragedia non potremo che continuare a piangere le vittime delle nostre stesse azioni. Non va bene!

 

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