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ITALIA

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Italia: 2009, considerazioni sulla vivibilità
uno sguardo alle aree italiane in cui si vive meglio e in cui si vive peggio
 

Sandro Zinani
02/01/2010
 

 

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Ad una decina di giorni dalla chiusura di questo 2009, ecco arrivare sulle pagine del Sole 24 Ore il dossier che analizza, provincia per provincia, il livello di vivibilità della Penisola:
si tratta di una classifica che valuta le province italiane attribuendo ad esse un punteggio, somma di diversi fattori che vanno dal tenore di vita alla qualità dei servizi erogati, dalla situazione lavorativa al tasso di criminalità registrato sul territorio.
Una classifica che, come avremo modo di vedere più avanti, fotografa un Paese fondamentalmente bloccato, in cui prevale una generale discordanza tra progresso economico da un lato e mancato sviluppo di quei servizi sociali, ambientali e culturali che rendono, per l'appunto, maggiormente "vivibile" un'area geografica.

I primi dieci posti della suddetta classifica vedono trionfare il Nord Italia, spicca in particolare il primo posto conquistato dalla provincia di Trieste e a cui fanno seguito le province di Belluno e Sondrio. Nel mezzo, a metà classifica, troviamo invece le principali metropoli del Bel Paese: Bologna al 13° posto, Firenze, 14° posto, Genova e Milano, 18° posto, seguite infine da Roma che raggiunge la 24° posizione. Fanalino di coda il Sud che con le province di Palermo, Caserta, Napoli ed Agrigento chiude questa pagella sulle province italiane.

Ad una rapida scorsa risulta evidente come le aree ideali in cui vivere siano quelle distanti dai principali distretti industriali o metropolitani del Paese, e a questo punto giova quindi chiedersi il perchè della scarsa attrattiva rappresentata dalla metropoli: i principali centri metropolitani del Paese (Milano, Roma, Firenze, Genova, Torino) registrano infatti rispetto agli anni passati una sostanziale flessione, legata principalmente a quella discordanza di cui si parlava ad inizio articolo. Il problema è tanto semplice quanto, in un certo senso, atavico per la storia del nostro Paese:
le metropoli hanno sì registrato un incremento per quanto riguarda il tessuto economico-industriale, ma a tale sviluppo non ha trovato riscontro una parallela evoluzione di quei servizi sociali, culturali ed ambientali necessari per rendere "più vivibile" e a misura di uomo la metropoli. In particolare l'assenza di questo sviluppo binario ha contribuito ad alimentare fenomeni come criminalità e/o 'inquinamento che hanno per forza di cose inciso negativamente sul giudizio complessivo delle città in questione.

Questa evidenza non rappresenta un qualcosa di nuovo all'interno del dibattito e delle analisi che hanno per oggetto l'Italia ed il suo tessuto regionale, le metropoli infatti si sono, da sempre, caratterizzate per un complessivo sviluppo sbilanciato nel corso della loro esistenza. La novità che emerge dal quadro in esame è invece rappresentata da un complessivo deterioramento degli standard qualitativi di vita che caratterizzano anche quelle province e città che si trovano nelle vicinanze delle principali aree metropolitane e che, da sempre, hanno svolto una funzione di "cerniera" e bilanciamento degli squilibri ambientali propri dei grandi centri urbani. Un esempio concreto di quanto detto è ravvisabile nel declassamento di città come Reggio Emilia o Cuneo che rientrano nella rete di quelle città "cerniera" di cui si è detto prima e che nel corso del 2009 hanno registrato un sostanziale regresso delle condizioni di vivibilità.

A rendere più fosco il quadro fin qui delineato arriva la sostanziale stasi che vive il Mezzogiorno che, complessivamente, sembra non voler registrare alcun segno di miglioramento. Nonostante le risorse e gli investimenti destinati a questa area regionale, sembra infatti che non si sia materializzato alcun tipo di beneficio per chi vi lavora o per chi vi risiede; il fenomeno assume un profilo quanto meno inquietante se consideriamo non solo il 2009 ma tutti i primi nove anni del secolo, 2000-2009, nove anni in cui i posti più bassi della classifica sono sempre stati "contesi" tra Sicilia, Puglia e Calabria.

Venendo invece ai "vincitori" di quest'anno, si nota come l'area geografica dove si vive meglio è quella compresa tra il Nord ed il Centro, ovvero quella racchiusa da una linea ideale che parte dal Trentino ed arriva a toccare le principali province toscane. Se diamo uno sguardo alle aree in questione (Trento, Bolzano, Grosseto, Livorno) si nota come queste siano essenzialmente zone geografiche che si caratterizzano per essere aree decentrate rispetto ai grandi nodi industriali o metropolitani di cui abbiamo parlato poc'anzi. Nel dettaglio si tratta di centri urbani di dimensioni medio-piccole in cui si concentrano attività di tipo turistico o manifatturiero. Il processo di industrializzazione in queste aree ha infatti determinato lievi contraccolpi sul tessuto sociale ed ambientale, elemento questo che ha permesso di preservare un buon livello di armonia per chi vi abita: inquinamento e criminalità, per esempio, hanno un'incidenza del tutto marginale se paragonata al resto della Penisola. Questo trend positivo riguardante le aree urbane di piccole e medie dimensioni situate principalmente nel centro-nord del Paese non è, tra l'altro, una meteora circoscritta all'anno che si sta per concludere: se infatti prendiamo in considerazione il già citato asse temporale 2000-2009, vedremo che a guidare la classifica delle regioni più vivibili anche negli otto anni precedenti si registrava una sostanziale preminenza di queste aree geografiche.

Il ritratto complessivo che esce da questo dossier sulla vivibilità delle province italiane implica diverse considerazioni finali.
Innanzitutto la frattura che separa Nord e Sud del Paese invece di giungere ad una ricomposizione, rimane sostanzialmente inalterata: il Mezzogiorno resta un'intricata sabbia mobile, predestinato a ricoprire quel ruolo di fanalino di coda che ogni anno, suo malgrado, gli compete e che puntualmente lo separa, non solo per tasso di crescita economica, dal ricco ed opulento Nord.
D'altro canto assistiamo ad una conferma sostanziale della stasi delle metropoli che a fatica riescono ad integrare costi e benefici dello sviluppo industriale con mirate politiche sociali ed ambientali che consentirebbero di dare un nuovo volto, più umano, al tessuto metropolitano. Contemporaneamente si assiste ad una sostanziale regressione di tutti quei centri urbani "cerniera" che fino ad oggi hanno rappresentato un'isola felice rispetto alla frenesia dei grandi centri urbani. Risulterebbe piuttosto paradossale prendere atto di questa situazione e decidere quindi, da cittadini, di orientarsi unicamente verso quelle aree incontaminate del Paese che metaforicamente sono rappresentate dal mare e dai monti.
Se è innegabile, soprattutto in un periodo di depressione economica come è quello che stiamo attraversando, che il processo di sviluppo economico ed industriale deve continuare a marciare, è altresì necessario orientare tale sviluppo verso orizzonti nuovi e sostenibili: si rende necessario quindi, anche e soprattutto in tema di vivibilità urbana, mettere l'accento,ancora una volta, sull'urgenza di un approccio allo sviluppo più etico e quindi più umano.

 

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