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COP15
Tanto rumore per poco?
 

Marina Berardi
1/2/2010
 

 

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Il 18 dicembre si è chiuso il vertice di Copenhagen con un Accordo che ha lasciato insoddisfatti i più. Il crescendo di attenzione, di entusiasmo e di aspettative dei mesi precedenti il vertice ha reso se possibile ancora più difficile il raggiungimento di un risultato di "soddisfazione" per tutti.

Più sono alte le nostre aspettative nei confronti di qualcosa o di qualcuno, maggiore è la nostra delusione quando il risultato non è "all'altezza". Se agli esami universitari il voto è sempre trenta un ventotto diventa un brutto voto, viceversa se il voto non andava mai oltre di venticinque un ventotto diventa ungran risultato. L'interpretazione e l'accoglienza riservata ai risultati di Copenhagen sono in qualche modo assimilabili alla percezione del ventotto da parte dello studente che prendeva sempre trenta.

La prima impressione nei confronti dell'accordo, apparentemente poco vincolante per i sottoscrittori, è che sia in realtà un nulla di fatto. Nessun impegno specifico, solo una promessa di mantenere l'aumento delle temperature medie entro i due gradi e della creazione di un fondo per il sostegno delle politiche ambientali nei paesi più poveri del mondo.

Un successo di Copenhagen è invece stata la durezza dello scontro per giungere ad un accordo, cosa che dimostra come singole nazioni siano ben coscienti dell'importanza delle proposte sia sull'ambiente che sull'economia della propria nazione. La presenza dei principali leader del mondo Obama, Lula, Wen conferma la centralità dei temi per le singole economie.

A Copenhagen il Presidente degli Stati Uniti Obama ha negoziato i tagli alle emissioni di CO2 personalmente con il gruppo dei grandi leader (Cina, India, Brasile e Sud Africa) e successivamente ha formulato agli altri 180 paesi una proposta "prendere o lasciare" che stravolge la normale prassi negoziale delle Nazioni Unite.

L'accordo seppur generico di dicembre 2009 dovrà essere tradotto in pratica al più tardi nel COP16 di Città del Messico (Dicembre 2010) dove le negoziazioni saranno ancora più dure di quanto non siano state a Copenhagen. Lo stesso presidente francese Sarkozy ha invitato i firmatari dell'Accordo di dicembre ad un nuovo incontro da tenersi nella primavera del 2010 per rilanciare l'obiettivo di dimezzare le emissioni di CO2 per il 2050.

In conclusione, Copenhagen non deve essere vissuta come un fallimento, ma come un primo passo per porre le basi delle azioni future a livello delle singole nazioni, considerando che anche l'accordo sovranazionale perfetto se non viene ratificato a livello nazionale non ottiene nessun risultato. Forse per la prima volta a Copenhagen i singoli Stati hanno dimostrato una reale presa di coscienza della gravità del problema: non una soluzione ma almeno un punto fermo.

 

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