Il 18 dicembre si è
chiuso il vertice di Copenhagen con un Accordo
che ha lasciato insoddisfatti i più. Il crescendo di
attenzione, di entusiasmo e di aspettative dei mesi
precedenti il vertice ha reso se possibile ancora più
difficile il raggiungimento di un risultato di
"soddisfazione" per tutti.
Più sono alte le nostre aspettative nei confronti di
qualcosa o di qualcuno, maggiore è la nostra delusione
quando il risultato non è "all'altezza". Se agli esami
universitari il voto è sempre trenta un ventotto diventa
un brutto voto, viceversa se il voto non andava mai
oltre di venticinque un ventotto diventa ungran
risultato.
L'interpretazione e l'accoglienza riservata ai risultati
di Copenhagen sono in qualche modo assimilabili alla
percezione del ventotto da parte dello studente che
prendeva sempre trenta.
La prima impressione
nei confronti dell'accordo, apparentemente poco
vincolante per i sottoscrittori, è che sia in realtà un
nulla di fatto. Nessun impegno specifico, solo una
promessa di mantenere l'aumento delle temperature
medie entro i due gradi e della creazione di un fondo
per il sostegno delle politiche ambientali nei paesi più
poveri del mondo.
Un
successo di Copenhagen è invece stata la durezza dello scontro
per giungere ad un accordo, cosa che dimostra come singole
nazioni siano ben coscienti dell'importanza delle
proposte sia sull'ambiente che sull'economia della
propria nazione. La presenza dei principali leader del
mondo Obama, Lula, Wen conferma la centralità dei temi
per le singole economie.
A Copenhagen il Presidente degli Stati Uniti Obama ha
negoziato i tagli alle emissioni di CO2 personalmente con
il gruppo dei grandi leader (Cina, India, Brasile e Sud
Africa) e successivamente ha formulato agli altri 180
paesi una proposta "prendere o lasciare" che stravolge la
normale prassi negoziale delle Nazioni Unite.
L'accordo seppur
generico di dicembre 2009 dovrà essere tradotto in
pratica al più tardi nel COP16 di Città del Messico
(Dicembre 2010) dove le negoziazioni saranno ancora più
dure di quanto non siano state a Copenhagen. Lo stesso
presidente francese Sarkozy ha invitato i firmatari
dell'Accordo di dicembre ad un nuovo incontro da tenersi
nella primavera del 2010 per rilanciare l'obiettivo di
dimezzare le emissioni di CO2 per il 2050.
In conclusione, Copenhagen non deve
essere vissuta come un fallimento, ma come un primo
passo per porre le basi delle azioni future a livello
delle singole nazioni, considerando che anche
l'accordo sovranazionale perfetto se non viene
ratificato a livello nazionale non ottiene nessun
risultato. Forse per la prima volta a Copenhagen i
singoli Stati hanno dimostrato una reale presa di
coscienza della gravità del problema: non una soluzione
ma almeno un punto fermo.