La settimana scorsa si
è concluso a Roma il summit organizzato dalla
Fao
sulla Sicurezza Alimentare, un evento che
complessivamente ha fallito nell’intento di raggiungere
una piattaforma che vincolasse i Paesi sviluppati ad
impegnarsi concretamente nel risolvere il problema della
fame nelle zone sottosviluppate del Pianeta.
Jacques Diouf, Direttore Generale della Fao, aveva chiesto
infatti un’assunzione di responsabilità ai Paesi ricchi:
questi avrebbero dovuto siglare un impegno finanziario
pari a 44 miliardi di dollari destinati a sviluppare
strategie e politiche di sostenibilità agricola nei
Paesi poveri ed indirizzate a debellare la piaga della
fame. Purtroppo così non è andata e durante la relazione
conclusiva del summit lo stesso Diouf non ha potuto che
esprimere il proprio rammarico per l’occasione mancata e
per le assenze che hanno caratterizzato il vertice,
prime fra tutte quelle dei principali leader del G8.
Tuttavia tra gli interventi che hanno contraddistinto la
tre giorni del summit, il più illuminante è stato di
sicuro quello di Kanayo Nwanze, presidente
dell’International Fund for Agricultural Development o
Ifad,
agenzia speciale delle Nazioni Unite preposta
all’eliminazione della povertà e della fame nelle aree
rurali dei Paesi in via di sviluppo.
Parlando ai giornalisti
Nwanze ha fornito un’interessante interpretazione di
quello che stava accadendo a Roma; nelle parole del
presidente dell’Ifad il principale obiettivo del summit
era infatti innanzitutto quello di spronare i leader dei
Paesi poveri a dare vita a politiche nazionali
incentrate sullo sviluppo dell’agricoltura. Secondo
Nwanze più che un intervento diretto, ovvero di supporto
finanziario, da parte dei Paesi sviluppati, il vertice
si proponeva come occasione per esortare i Paesi in via
di sviluppo ad avviarsi su una strada di riforme
economiche che ponessero l’agricoltura come cardine
attorno cui far ruotare la strategia di debellamento
della fame.
A proposito dei famigerati 44 miliardi di dollari che i
Paesi sviluppati avrebbero dovuto mettere a disposizione
per arginare il problema della fame, lo stesso Nwanze ha
sottolineato l’oggettiva impossibilità di raggiungere
tale accordo nell’arco di pochi giorni. Stessa cosa
dicasi per l’assenza dei principali leader del G8 dal
vertice: secondo il presidente dell’Ifad se da un lato
già durante il G8 dell’Aquila della scorsa estate i
Paesi sviluppati avevano formulato i propri impegni
finanziari in materia di aiuti, dall’altro, per quanto
riguarda il summit di Roma, la presenza dei principali
leader dei Paesi in via di sviluppo era fondamentale per
sviluppare un percorso di responsabilizzazione comune
davanti al problema della fame.
L’idea di “autonomia” dei Paesi in via di sviluppo è
infatti un concetto chiave per l’Ifad che investe ed ha
investito la maggior parte delle proprie risorse in
programmi rivolti allo sviluppo delle aree rurali
africane. Secondo Nwanze è fondamentale che i Paesi
poveri più che attendere l’aiuto della comunità
internazionale, agiscano direttamente operando una
revisione delle proprie politiche così da incentrarle
sullo sviluppo agricolo ed alimentare.
Pertanto, ha chiosato Nwanze, leggere il summit della
Fao di Roma solamente alla luce delle promesse mancate è
estremamente riduttivo: sarebbe auspicabile invece
riconoscere al vertice il merito di aver contribuito ad
indicare ai Paesi in via di sviluppo una precisa strada
da seguire, ovvero quella di una piena
responsabilizzazione politica orientata all’attuazione
di riforme strutturali capaci di eliminare gli attuali
squilibri alimentari.