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Fao: Summit sulla Sicurezza Alimentare 2009
Il punto di vista dell’Ifad
 

Sandro Zinani
11/24/2009
 

 

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La settimana scorsa si è concluso a Roma il summit organizzato dalla Fao sulla Sicurezza Alimentare, un evento che complessivamente ha fallito nell’intento di raggiungere una piattaforma che vincolasse i Paesi sviluppati ad impegnarsi concretamente nel risolvere il problema della fame nelle zone sottosviluppate del Pianeta.

Jacques Diouf, Direttore Generale della Fao, aveva chiesto infatti un’assunzione di responsabilità ai Paesi ricchi: questi avrebbero dovuto siglare un impegno finanziario pari a 44 miliardi di dollari destinati a sviluppare strategie e politiche di sostenibilità agricola nei Paesi poveri ed indirizzate a debellare la piaga della fame. Purtroppo così non è andata e durante la relazione conclusiva del summit lo stesso Diouf non ha potuto che esprimere il proprio rammarico per l’occasione mancata e per le assenze che hanno caratterizzato il vertice, prime fra tutte quelle dei principali leader del G8.

Tuttavia tra gli interventi che hanno contraddistinto la tre giorni del summit, il più illuminante è stato di sicuro quello di Kanayo Nwanze, presidente dell’International Fund for Agricultural Development o Ifad, agenzia speciale delle Nazioni Unite  preposta all’eliminazione della povertà e della fame nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo.

Parlando ai giornalisti Nwanze ha fornito un’interessante interpretazione di quello che stava accadendo a Roma; nelle parole del presidente dell’Ifad il principale obiettivo del summit era infatti innanzitutto quello di spronare i leader dei Paesi poveri a dare vita a politiche nazionali incentrate sullo sviluppo dell’agricoltura. Secondo Nwanze più che un intervento diretto, ovvero di supporto finanziario, da parte dei Paesi sviluppati, il vertice si proponeva come occasione per esortare i Paesi in via di sviluppo ad avviarsi su una strada di riforme economiche che ponessero l’agricoltura come cardine attorno cui far ruotare la strategia di debellamento della fame.

A proposito dei famigerati 44 miliardi di dollari che i Paesi sviluppati avrebbero dovuto mettere a disposizione per arginare il problema della fame, lo stesso Nwanze ha sottolineato l’oggettiva impossibilità di raggiungere tale accordo nell’arco di pochi giorni. Stessa cosa dicasi per l’assenza dei principali leader del G8 dal vertice: secondo il presidente dell’Ifad se da un lato già durante il G8 dell’Aquila della scorsa estate i Paesi sviluppati avevano formulato i propri impegni finanziari in materia di aiuti, dall’altro, per quanto riguarda il summit di Roma, la presenza dei principali leader dei Paesi in via di sviluppo era fondamentale per sviluppare un percorso di responsabilizzazione comune davanti al problema della fame.

L’idea di “autonomia” dei Paesi in via di sviluppo è infatti un concetto chiave per l’Ifad che investe ed ha investito la maggior parte delle proprie risorse in programmi rivolti allo sviluppo delle aree rurali africane. Secondo Nwanze è fondamentale che i Paesi poveri più che attendere l’aiuto della comunità internazionale, agiscano direttamente operando una revisione delle proprie politiche così da incentrarle sullo sviluppo agricolo ed alimentare.

Pertanto, ha chiosato Nwanze, leggere il summit della Fao di Roma solamente alla luce delle promesse mancate è estremamente riduttivo: sarebbe auspicabile invece riconoscere al vertice il merito di aver contribuito ad indicare ai Paesi in via di sviluppo una precisa strada da seguire, ovvero quella di una piena responsabilizzazione politica orientata all’attuazione di riforme strutturali capaci di eliminare gli attuali squilibri alimentari.

 

 

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