Tra poco meno di venti giorni si aprirà a
Copenhagen la 15° Conferenza dell’Onu sui cambiamenti
climatici che si occuperà di definire nuovamente i
contenuti del Protocollo di Kyoto che ormai è prossimo
alla scadenza. In questi giorni l’opinione pubblica
mondiale segue attentamente l’evolversi delle relazioni
tra Cina e Stati Uniti, i principali responsabili a
livello mondiale di emissioni di Co2, e al momento le
speranze che il vertice danese possa chiudersi con esito
soddisfacente sono assai ridotte.
Nel corso del week end infatti il presidente
statunitense Barack Obama ha incontrato a Singapore
durante il meeting dell’Apec, l’organizzazione che
raggruppa le nazioni dell’Asia-Pacifico, il presidente
cinese Hu Jintao per parlare, tra le altre cose,
proprio dell’obiettivo di riduzione di emissioni di Co2
in vista del vertice europeo di dicembre. Nella
giornata di domenica gli Stati Uniti, per bocca del
consigliere di Obama Michael Froman, hanno fatto
sapere che a Copenhagen non si sarebbe raggiunto alcun
accordo sui tagli alle emissioni di gas inquinanti,
adducendo come motivo principale le poche settimane che
mancano all’inizio del vertice. Nel frattempo il
premier danese Rasmussen, padrone di casa del futuro
vertice di Copenaghen, viene chiamato a Singapore per
essere informato della cosa. Giunto nella città
malese il primo ministro danese
non può fare null’altro che prendere atto della mancanza
di volontà sino-statunitense nel raggiungere un’intesa
sulla questione: il vertice di Copenhagen sembra
destinato al fallimento. Questa
riluttanza sarà inoltre testimoniata dal mancato
inserimento,all’interno del documento finale dell’Apec,
dell’obiettivo di taglio del 50% delle emissioni di Co2
entro il 2050.
L’Unione Europea, nella persona di Rasmussen, assiste
quindi impotente all’annuncio del naufragio di un
vertice che nella realtà non è mai iniziato, viene
esautorata in pratica da ogni decisione dal momento che
l'asse Washington-Pechino si è già espresso
autonomamente sulla questione. In realtà la riluttanza dei due Paesi in
merito ai tagli alle emissioni di gas inquinanti era
sotto gli occhi di tutti da tempo: in particolare negli Usa gran
parte del settore industriale è contrario al varo di un
progetto di riforma a favore dell’ambiente e
contemporaneamente sia la Camera che il Senato sono
completamente assorbiti dalla battaglia che si gioca sulla riforma
sanitaria. D’altro canto anche la Cina non sembra
essere particolarmente interessata alla questione: di
sicuro il Paese ha fatto passi avanti in materia
varando ad esempio un piano di investimenti nel
settore delle energie rinnovabili, però l’establishment
cinese continua ad essere dell’idea che la riduzione
delle emissioni di Co2 spetti innanzitutto a quei Paesi
che hanno una storia vecchia e consolidata in materia di
industrializzazione.
Arriviamo quindi ad oggi quando si assiste ad una,
apparente, marcia indietro. Il Presidente Obama ed il
proprio omologo cinese Ju Jintao dichiarano infatti che
il vertice di Copenhagen non deve fallire e che anzi è
necessario che dal summit europeo esca un accordo che
produca un “effetto operativo immediato”. In
particolare, sullo scottante tema del riscaldamento
globale, il presidente statunitense afferma che Cina e
Stati Uniti sono d’accordo per attivarsi in
direzione di una significativa riduzione delle emissioni
di gas serra. Le parole di Obama arrivano quindi a
placare l’incendio scatenato dalla dichiarazione di
domenica: “Non vogliamo un accordo parziale o una
semplice dichiarazione politica ma piuttosto un accordo
che copra tutti i punti dei negoziati e che possa avere
effetti immediati”.
Fin qui tutto bene. Il vertice di Copenhagen sembra
salvo, certo, le scosse e le dichiarazioni dei giorni
precedenti sembrano aver incrinato la credibilità sulla
buona riuscita del summit, ma la marcia indietro di Cina
e Usa ha rimesso le cose a posto. Ma siamo sicuri che sia
davvero così?
A fare chiarezza ci pensa di nuovo Michael Froman, il
consigliere di Obama che nella giornata di domenica
aveva annunciato lo sganciamento di Cina ed Usa dagli
impegni di Copenaghen. Froman spiega infatti ai
giornali che con le dichiarazioni di oggi, Obama e Ju
Jintao si impegnano a rendere “politicamente” vincolanti
gli obiettivi di riduzione di Co2 che verranno discussi
a dicembre in Danimarca ma con una postilla: tali obiettivi dovranno essere
ratificati in un non meglio precisato secondo momento per
poter diventare “legalmente” vincolanti e quindi
realmente operativi.
Da tutto questo risulta evidente che:
a) Al momento senza un preciso e chiaro accordo vincolante
non si potrà dar seguito ad un nuovo protocollo di
Kyoto sulla riduzione di emissioni di Co2.
b) L’Unione Europea, almeno per il momento,
rimane ferma alla finestra a guardare Cina ed Usa
che si tengono per mano disfacendo a proprio
piacimento equilibri faticosamente raggiunti.
c) Il summit di Copenhagen rischia di sfumare
prima ancora di decollare.
Staremo a vedere cosa accadrà nei prossimi giorni, di
sicuro torneremo sulla questione non appena si apriranno
i lavori del vertice danese.