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Summit Copenhagen 2009
Destinato a fallire prima ancora di iniziare?
 

Sandro Zinani
11/16/2009
 

 

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Tra poco meno di venti giorni si aprirà a Copenhagen la 15° Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici che si occuperà di definire nuovamente i contenuti del Protocollo di Kyoto che ormai è prossimo alla scadenza. In questi giorni l’opinione pubblica mondiale segue attentamente l’evolversi delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, i principali responsabili a livello mondiale di emissioni di Co2, e al momento le speranze che il vertice danese possa chiudersi con esito soddisfacente sono assai ridotte.

Nel corso del week end infatti il presidente statunitense Barack Obama ha incontrato a Singapore durante il meeting dell’Apec, l’organizzazione che raggruppa le nazioni dell’Asia-Pacifico, il presidente cinese Hu Jintao  per parlare, tra le altre cose, proprio dell’obiettivo di riduzione di emissioni di Co2 in vista del vertice europeo di dicembre. Nella giornata di domenica gli Stati Uniti, per bocca del consigliere di Obama Michael Froman, hanno fatto sapere che a Copenhagen non si sarebbe raggiunto alcun accordo sui tagli alle emissioni di gas inquinanti, adducendo come motivo principale le poche settimane che mancano all’inizio del vertice. Nel frattempo il premier danese Rasmussen, padrone di casa del futuro vertice di Copenaghen, viene chiamato a Singapore per essere informato della cosa. Giunto nella città malese il primo ministro danese non può fare null’altro che prendere atto della mancanza di volontà sino-statunitense nel raggiungere un’intesa sulla questione: il vertice di Copenhagen sembra destinato al fallimento. Questa riluttanza sarà inoltre testimoniata dal mancato inserimento,all’interno del documento finale dell’Apec, dell’obiettivo di taglio del 50% delle emissioni di Co2 entro il 2050.

L’Unione Europea, nella persona di Rasmussen, assiste quindi impotente all’annuncio del naufragio di un vertice che nella realtà non è mai iniziato, viene esautorata in pratica da ogni decisione dal momento che l'asse Washington-Pechino si è già espresso autonomamente sulla questione. In realtà la riluttanza dei due Paesi in merito ai tagli alle emissioni di gas inquinanti era sotto gli occhi di tutti da tempo: in  particolare negli Usa gran parte del settore industriale è contrario al varo di un progetto di riforma a favore dell’ambiente e contemporaneamente sia la Camera che il Senato sono completamente assorbiti dalla battaglia che si gioca sulla riforma sanitaria. D’altro canto anche la Cina non sembra essere particolarmente interessata alla questione: di sicuro il Paese ha fatto passi avanti in materia varando ad esempio un piano di investimenti nel settore delle energie rinnovabili, però l’establishment cinese continua ad essere dell’idea che la riduzione delle emissioni di Co2 spetti innanzitutto a quei Paesi che hanno una storia vecchia e consolidata in materia di industrializzazione.

Arriviamo quindi ad oggi quando si assiste ad una, apparente, marcia indietro. Il Presidente Obama ed il proprio omologo cinese Ju Jintao dichiarano infatti che il vertice di Copenhagen non deve fallire e che anzi è necessario che dal summit europeo esca un accordo che produca un “effetto operativo immediato”. In particolare, sullo scottante tema del riscaldamento globale, il presidente statunitense afferma che Cina e Stati Uniti  sono d’accordo per attivarsi in direzione di una significativa riduzione delle emissioni di gas serra. Le parole di Obama arrivano quindi a placare l’incendio scatenato dalla dichiarazione di domenica: “Non vogliamo un accordo parziale o una semplice dichiarazione politica ma piuttosto un accordo che copra tutti i punti dei negoziati e che possa avere effetti immediati”.

Fin qui tutto bene. Il vertice di Copenhagen sembra salvo, certo,  le scosse e le dichiarazioni dei giorni precedenti sembrano aver incrinato la credibilità sulla buona riuscita del summit, ma la marcia indietro di Cina e Usa ha rimesso le cose a posto. Ma siamo sicuri che sia davvero così?

A fare chiarezza ci pensa di nuovo Michael Froman, il consigliere di Obama che nella giornata di domenica aveva annunciato lo sganciamento di Cina ed Usa dagli impegni di Copenaghen. Froman spiega infatti ai giornali che con le dichiarazioni di oggi, Obama e Ju Jintao si impegnano a rendere “politicamente” vincolanti gli obiettivi di riduzione di Co2 che verranno discussi a dicembre in Danimarca ma con una postilla: tali obiettivi dovranno essere ratificati in un non meglio precisato secondo momento per poter diventare “legalmente” vincolanti e quindi realmente operativi.

Da tutto questo risulta evidente che:

a) Al momento senza un preciso e chiaro accordo vincolante non si potrà dar seguito ad un nuovo protocollo di Kyoto sulla riduzione di emissioni di Co2.

b) L’Unione Europea, almeno per il momento, rimane ferma alla finestra a guardare Cina ed Usa che si tengono per mano disfacendo a proprio piacimento equilibri faticosamente raggiunti.

c) Il summit di Copenhagen rischia di sfumare prima ancora di decollare.

Staremo a vedere cosa accadrà nei prossimi giorni, di sicuro torneremo sulla questione non appena si apriranno i lavori del vertice danese.

 

 

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