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FINANZA ETICA

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Crisi e aziende: dove vanno le banche.
C'è del marcio e c'è del sano. Le banche si stanno attrezzando per saper scegliere?
 

Sandro Zinani
10/2/2009
 

 

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Se ripensiamo all’esplodere della crisi economica internazionale che lo scorso anno ha investito e colpito la quasi totalità dei mercati finanziari internazionali non si può non puntare il dito contro le regole  che stanno alla base del sistema bancario internazionale e che troppo spesso tendono a drogare e falsare la percezione che si ha delle condizioni di salute in cui versa l’economia di ciascun Paese.  Lentamente ci stiamo trascinando fuori dalla fase di recessione, accompagnati dagli inevitabili lutti che simili sconvolgimenti storici producono sul tessuto economico e sociale su cui questo uragani si abbattono: aziende che ristrutturano o chiudono i battenti, perdita di posti di lavoro, crollo dei consumi, richieste da più parti di un intervento statale che possa fare luce e cancellare una volta per tutte le metastasi che hanno provocato la crisi stessa e che spesso riguardano i meccanismi alla base del sistema finanziario.

Ora come ora è necessario interrogarsi sulla fisionomia del sistema finanziario che esce dalle sabbie mobili della crisi, chiederci se i colossi bancari sono oggidì capaci e disposti ad evitare che si ripeta nel giro di pochi anni un cataclisma analogo a quello che si è appena abbattuto sul tessuto economico internazionale.  L’unica certezza a cui possiamo affidarci al momento è quella della consistenza delle macerie che abbiamo di fronte a noi, ovvero quelle rappresentate da un comparto finanziario che è stato gestito in malo modo, rigurgitante irresponsabilità e mancanza di lungimiranza, un settore che spesso non ha lesinato la richiesta di interventi statali nell’immediato come palliativo per una malattia che necessitava di cure più approfondite e di lunga durata.

A fare le spese sono necessariamente gli attori secondari ovvero tutto quel sottobosco di imprese ed aziende di dimensioni medio piccole che necessitando di liquidità immediata per provare a ricostruire su queste macerie spesso si vedono opposte un secco rifiuto dalla maggior parte degli istituti finanziari, un rifiuto che nella quasi totalità dei casi suona come una vera e propria condanna a morte per imprenditori e dipendenti. Ovviamente questo non è una considerazione secondaria dal momento che le piccole e medie aziende costituiscono la spina dorsale dell’economia del nostro Paese in molte regioni. La necessità di una ripresa dell’erogazione di liquidità da parte delle banche verso le aziende non è infine un’istanza che viene avvertita come necessaria dal solo mondo imprenditoriale o del lavoro; infatti è impossibile non notare le dure schermaglie ingaggiate in questi giorni dal ministro dell’economia Giulio Tremonti ed i maggiori istituti di credito del Paese proprio riguardo a questo mancato supporto finanziario alle imprese.

Secondo l’inquilino di via XX settembre infatti è necessario che le banche riprendano subito a garantire flussi di liquidità alle imprese anche ricorrendo agli strumenti finanziari messi a disposizione al momento dallo Stato, i cosiddetti Tremonti bond. Nelle parole del ministro infatti mantenere un atteggiamento di gretta ostinazione orientato ad una generalizzata “serrata delle casseforti” non farebbe altro che preparare l’incubazione di una prossima crisi economica. Una dura reprimenda quella di Tremonti che arriva contestualmente a quanto rilevato pochi giorni fa dalla Commissione Europea che dopo aver condotto un’indagine sul sistema bancario europeo riferito al 2008 non ha potuto non rilevare come le banche europee tendano ad intessere rapporti di consulenza poco chiari con i propri clienti. In particolar modo l’Ue ha rilevato che in materia di  informativa verso i propri clienti gli istituti europei tendono ad essere ambigui se non opachi in campi come quello della spesa bancaria legata a conti e costi del credito.  Nel dettaglio la Commissione Europea ha poi rilevato come l’Italia sia uno dei Paesi dell’Ue più oneroso per il cliente per quanto riguarda costi e spese bancarie: se infatti un privato in Belgio spende per il proprio conto corrente una media di 58 euro, seguito dagli 82 ed 80 di Irlanda e Germania, in Italia si tocca un picco di ben 253 euro.

Ora se è vero che nel breve periodo è difficile incidere concretamente in modelli di azione consolidati come sono quelli che appartengono ai grandi colossi bancari, è altrettanto vero che alcuni spiragli di luce si possono intravedere grazie all’opera di attori considerati minori che operano all’interno del settore bancario ma che fanno del binomio “investimento” e “valori” la propria bandiera. Ci riferiamo nello specifico al mondo della finanza etica e del microcredito, realtà che si stanno ritagliando sempre di più uno spazio consistente di fiducia tra aziende e privati. Proviamo quindi a ragionare partendo da un piccolo esempio:  il 15 settembre 2009 Banca Popolare Etica ha fatto sapere che intende sospendere le rate di mutui per piccole e medie imprese oltre che per le famiglie maggiormente colpite dalla crisi economica. Il periodo di sospensione arriverà ad un massimo di 18 mesi e si allargherà anche a quei soggetti privati colpiti da licenziamento o da misure come la cassa integrazione.

visto e considerata l’impellente necessità da parte delle aziende di poter avere quel minimo di ossigeno necessario a ripartire ed investire.

E’ possibile pensare od immaginare un sistema bancario che sia nel suo complesso in grado di adottare un insieme di pratiche eticamente “virtuose” capaci di permettere e garantire una ripresa  anche a chi al momento si trova in estrema difficoltà?
E’ possibile pensare ad un sistema bancario che nel suo complesso riesca a proiettarsi al di là del qui e ora ed investire quindi anche in momenti di difficoltà su progetti che possono creare sviluppo ed innovazione nel medio o lungo periodo?
E’ possibile che il sistema bancario nel suo complesso sappia approntare dei meccanismi di auto difesa tali per cui scegliendo di puntare meno su pratiche finanziarie avventate e maggiormente su dinamiche trasparenti e controllabili sia poi in grado di difendere l’ossatura economica di un Paese senza quindi trascinare nel gorgo della recessione imprese e lavoratori?

Crediamo che la riflessione debba ripartire da qui, che i grandi attori siano grandi anche e soprattutto perché decidono di puntare su progetti che nell’immediato appaiono complessi  ma che sono capaci di dare maggiori soddisfazioni nel lungo periodo; un atteggiamento questo che eviterebbe l’assunzione di comportamenti dannosi ed irresponsabili come il trincerarsi, alla prima avvisaglia di difficoltà, nel fortino dei propri privilegi negando l’aiuto a chi combatte in prima linea.

 

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