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Le abbiamo viste in tanti film, qualcuno magari ha avuto la fortuna di
andarci: in Giappone le case tradizionali sono in legno. In legno,
leggere anzi leggerissime. Non un vezzo poetico, piuttosto l'esigenza di
battere i terremoti sul loro stesso terreno: l'elasticità.
Noi abbiamo un'altra cultura, quella del mattone prima e del cemento
armato dopo: noi non ci pieghiamo, ci spezziamo. Dove un giapponese si è
affidato al legno cercando di assecondare in qualche modo il violento
movimento della terra, noi abbiamo costruito spessi muri in pietra,
spesso quasi a secco. Quando abbiamo cominciato a porci il problema di
costruire con criteri anti-sismici abbiamo di fatto adottato le regole
più vicine al nostro concetto di abitare: una vera casa deve essere di
pietra o mattoni, spessa, pesante e immobile. Non possiamo usare pietra
e mattoni? Abbiamo cercato un materiale che ci desse la stessa
percezione di granitica solidità: il cemento armato.
Un sorta di sfida con la natura, giocata sui muscoli più che sul
cervello. Un sfida che però, lo abbiamo visto tragicamente anche in
Abruzzo in questi giorni, viene vinta sempre e comunque dalla Natura.
Non è l'aspetto tecnico che ci interessa in questo momento, ci viene
detto che una attenta progettazione ed una corretta realizzazione in
cemento armato può dare eccellenti garanzie anche in zona sismica (il
Giappone insegna), quanto quello culturale. Una casa "leggera" non è una
casa? Una costruzione in legno è meno "casa" di una in mattoni? Perché
in tanti paesi con condizioni climatiche o sismiche ben più proibitive
delle nostre è comune costruire in legno (in prefabbricazione o meno) e
da noi è quasi un tabù?
Abbiamo rivisto in televisione che è possibile, con know-how e
tecnologie tutte italiane disponibili Italia, costruire palazzi di sette
piani con strutture e tamponamenti in legno lamellare che non hanno
assolutamente nulla da invidiare ai sistemi "cementizi", tutt'altro.
Abbiamo visto che in caso di sisma queste costruzioni ondeggiano, si
torcono, gemono, ma non si spezzano e non
crollano. Non si staccano cornicioni, non volano via le pietre del
rivestimento, non di frantumano le facciate come fossero di zucchero.
Non muoiono persone, al massimo ruzzolano giù dal letto.
Certo, le case costruite così non hanno lo stesso aspetto della casina
in pietra di tanti paesini, forse non ne hanno la stessa poesia. Però
non si vive, o si sopravvive, solo con i rimpianti. Ci sono luoghi nei
quali l'uomo può vivere solo assecondando la natura e probabilmente il
nostro paese è uno di questi; bisogna farsene una ragione e regolarsi di
conseguenza. Contro i terremoti servono intelligenza e creatività e non
muscoli e nostalgia.
Sentiamo in queste ore di richieste di "ricostruire tutto come prima" e
se emotivamente comprendiamo bene, razionalmente siamo spaventati
dall'idea dei milioni e milioni di metri cubi di cemento armato che
servirebbero, magari rivestiti da una finta pelle di pietra ricostruita,
come abbiamo già visto fare in altre zone. Se le ipotesi di "new-town"
di Berlusconi ci preoccupano in attesa di capire, le promesse di "tutto
come prima" ci terrorizzano.
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